La new wave e i moti ondosi del punk

Il punk è morto. Questo era lo slogan di fine anni 70. La rivoluzionaria vita di quel figlio degenerato nato dal rock’n’roll, era stata fulminea. Restavano scosse d’assestamento e piccole crepe nei muri della stasi musicale però, insomma il moto tellurico era appena iniziato e bisognava continuare a distruggere, o almeno destrutturare, prima di darsi alla ricostruzione, o meglio alla costruzione di una nuova estetica culturale e musicale.

In quel mare di piccole band ed etichette che era il punk le acque erano ancora agitate dunque. L’onda nuova, la new wave era già partita. Del resto, soprattutto i giornalisti specializzati, non avevano mai fatto troppe distinzioni tra punk e new wave.

In America, negli stessi luoghi dove si era sviluppato il movimento precedente, a New York, si aggiravano band nuove, band della nuova onda. I più altisonanti, o meglio quelli che sono arrivati ad influenzare la musica maggiormente fino ad oggi, erano i Talking Heads.

In Europa, dove la stampa aveva attribuito l’effige di punk ai ragazzacci che animavano le strade e i locali, era più difficile comprendere le differenze sonore da quelle della stagione precedente. Album come Low di David Bowie, anche lui influente nell’estetica mdaiola del punk, o come i primi bani solisti della ex Velevet Undergruond Nico, avevano già gettato le basi del cambiamento.

Al resto avevano provveduto band come i Clash, riportando in ballo le influenze nere, bandite dal punk inizialmente; tra l’altro, all’inizio, non essendoci dischi punk, dj come Don Lets mandavano pezzi reggae prima e dopo i concerti delle band capostipiti del movimento.

Tutte suggestioni che hanno caratterizzato la new wave: dalle batterie processate elettronicamente del Bowie più berlinese, ai bassi dub.

Intanto, Johnny Rotten, tornato ad essere John Lydon dopo lo scioglimento dei suoi Sex Pistols, si era trovato a fare scouting in Giamaica per conto di una multinazionale del settore discografico, a caccia di nuove band reagge da lanciare in Europa. Tutto questo, insieme al rifiuto della parte più modaiola del punk, lo aveva portato a creare i P.I.L., ovvero i Public Image Limited.

Insomma, gli ex punk non ce l’avevano più contro gli hippie, ovvero i loro genitori, e neppure con la black music, adesso ce l’avevano con loro stessi. Quindi via le schitarrate rock’n’roll e via libera ad elettronica, percussioni e bassi dub.

Tra l’altro, se l’urgenza di esprimersi e decostruire non gli era passata, a furia di strimpellare, quei giovinastri avevano imparato, o stavano imparando, a suonare. Insomma le acque non si erano ancora calmate ma necessitava cavalcarle per surfare ancora verso un’altra contemporaneità. Questo era la new wave.

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Autore

Stefano Cuzzocrea

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